Patologie del rachide

Una colonna vertebrale sana dovrebbe per definizione essere libera da dolore, sia  in staticità che in movimento. Una persona dovrebbe essere in grado di stare eretta, seduta, flettersi, rialzarsi, ruotare sul proprio asse, girarsi e stendersi in perfetto equilibrio ed in assenza di dolore.
Una colonna flessibile è una colonna capace di gestire le variazioni e le richieste a cui l’ambiente ci sottopone e di assorbire senza subire danni qualsiasi trauma che rientri nella norma, la flessibilità ci da la capacità di piegarci e di adattarci senza pericolo di lesioni.
La presenza di dolore indica che almeno uno dei tessuti strutturali è stato abusato, traumatizzato. Il dolore rappresenta il campanello di allarme che avverte di  possibili danni ai nostri tessuti.
Perché è comparso il dolore?
Il dolore somatico è quasi sempre secondario alla sofferenza di strutture muscolari o osteotendinee o ligamentose o osteoarticolari.

Ma quale la causa primaria che innesca l’eccessiva sollecitazione di tali strutture?
Il normale fisiologico atteggiamento della colonna vertebrale è mantenuto dalla contrazione continua involontaria (tono muscolare) dei muscoli paravertebrali.
Se questo tono muscolare è normale, la colonna mantiene l'assetto fisiologico con le sue normali curvature: lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare.

L’ipertono (aumento del tono muscolare) e le contratture muscolari oltre che determinare una ridotta elasticità muscolare portano ad una inadeguata funzione tendinea, ad accorciamento delle fasce neuro-muscolari e ad una limitata mobilità articolare.
Lo stato di tensione psichica (conscia e inconscia) determina uno stato di contrattura muscolare di difesa che se perdura per un tempo sufficiente tende a divenire permanente fino a modificare il fisiologico assetto del rachide che si rettilineizza. Questo produce:

DOLORE, RIGIDITA’, ASTENIA, IRRITAZIONI RADICOLARI
(CERVICOBRACHIALGIE, LOMBOCRURALGIE O SCIATALGIE).

La reazione di ipertono muscolare come reazione adattativa è una risposta entro certi limiti fisiologica.

Questo è ancora vero negli animali. Nell’uomo nel corso dell’evoluzione tali risposte hanno perso gran parte del loro valore iniziale e non servono più per la sua sopravvivenza.
Persistono però come meccanismi involontari e automatici.

Di fronte a particolari eventi psichici l’uomo mette in atto una serie di risposte automatiche tra cui certi ipertoni muscolari che si fissano e non recedono neppure al cessare dello stimolo psico emotivo che lo ha innescato.

Il sistema nervoso centrale (S.N.C.) finisce per riconoscere il cambiamento psico-fisico come una NUOVA NORMALITA’.

In questa ottica una terapia antalgica o locale non risolve il problema.

Quale la cura?

Ginnastiche posturali?
Massaggi decontratturanti?
Psicoterapia?

Il limite di interventi effettuati sulle strutture periferiche quali l’apparato muscolo-scheletrico sono dati dall’intervenire su strutture che determinano la sintomatologia (dolore e limitazione funzionale) ma non responsabili primari di tale reazione e del suo perdurare.
La neurofisiologia ci insegna che è il S.N.C. il principale responsabile dei meccanismi di controllo di tutto il nostro sistema muscolare e soprattutto dei muscoli antigravitari, quali la muscolatura paravertebrale, altamente automatizzata, in cui la motilità volontaria ha una parte limitata.
Inoltre il S.N.C. è il luogo di coordinamento e di controllo delle funzioni di adattamento all’ambiente.

La REAC CRM terapia induce un naturale e automatico recupero degli schemi corticali di controllo sia a livello neuro- muscolare che a livello neuro-psichico.
Facendo si che il soggetto possa riacquisire un più corretto assetto muscolare e possa rispondere in modo più adeguato agli stressors.
L’azione su questi due fronti è indispensabile perché, se è vero che il problema della “rigidità muscolare” nasce da ansia e stress, è doveroso far si che ogni individuo riesca a vivere adattandosi continuamente e in modo ottimale alle situazioni ambientali siano queste fisiche o psichiche.
Questo perchè lo stress non va evitato ma bisogna
imparare a bilanciarne gli effetti negativi.
Pertanto quasi tutti i casi di LOMBALGIA, CERVICALGIA, LOMBOSCIATALGIA, CERVICOBRACHIALGIA, possono essere trattati con successo in maniera del tutto non invasiva con uno o più protocolli della terapia, a seconda della necessità.
ERNIE DEL DISCO
Il disco intervertebrale è un vero e proprio ammortizzatore naturale, interposto tra una vertebra e l'altra con lo scopo di attenuare le pressioni sviluppate durante i movimenti, ad esempio mentre si salta, si corre o si subiscono scossoni sul sedile dell'auto. Nonostante ciò, le funzioni del disco intervertebrale si estendono ben oltre la sua, peraltro importantissima, azione antishock. Questo cuscinetto, infatti, conferisce alle vertebre sovrapposte una certa motilità per cui la colonna può, entro certi limiti, curvarsi in tutti i sensi ed eseguire modici movimenti di rotazione; se non esistessero i dischi intervertebrali, le vertebre avrebbero, per la loro conformazione anatomica, un'escursione articolare ancor più limitata.
Il disco intervertebrale è una struttura fibrocartilaginea flessibile; ha la forma di una lente biconvessa che ben si adatta a quella dei corpi vertebrali a cui è interposto. In ciascun disco si possono riconoscere due parti:
il NUCLEO POLPOSO: una masserella centrale, gelatinosa, giallognola e costituita da mucopolisaccaridi fortemente igroscopici (trattengono acqua); ha lo scopo di rispondere alle sollecitazioni delle forze agenti sulla colonna e di distribuirle in modo uniforme all'anulus.
l'ANULUS FIBROSO: solida e concentrica impalcatura periferica, le cui fibre sono disposte in regolari strati concentri che si incrociano tra loro. Ha lo scopo di contenere e proteggere il nucleo centrale e conferisce al disco grande resistenza alla compressione.









































La funzione dei dischi è particolarmente importante nel tratto lombare, dove le vertebre sono maggiormente sollecitate dal carico sovrastante. Per questo motivo, tra L1 ed L5, i dischi intervertebrali raggiungono uno spessore superiore e proporzionalmente maggiore rispetto ai corpi vertebrali. Tale rapporto, pari ad 1/3, scende ad 1/4 nelle vertebre cervicali e ad 1/7 in quelle dorsali, anche per questo dotate di minore mobilità.
Quando si applica una pressione sul disco intervertebrale si ottiene una fuoriuscita dei liquidi di nutrimento ed una riduzione del suo spessore. Viceversa, quando si toglie pressione (ad esempio durante il sonno) avviene un richiamo di liquidi verso l'interno ed un ripristino della sua struttura. E' noto, infatti, che la statura al risveglio è circa due centimetri superiore rispetto a quella misurata al termine di una giornata lavorativa, dal momento che ogni disco intervertebrale subisce variazioni quotidiane pari al 10% del suo spessore.
In persone giovani, i vari dischi costituiscono il 25% dell'altezza del rachide, ma questa percentuale è destinata a scendere con l'invecchiamento. L'avanzare dell'età, infatti, porta con sé una progressiva ed irreversibile perdita di acqua e funzionalità del disco intervertebrale, che si trasforma in un "ammortizzatore scarico".
Mentre il contenuto idrico nei dischi delle persone giovani si attesta intorno all'80-85%, nei soggetti anziani tale percentuale scende al di sotto del 70%.
 
 Se le sollecitazioni a cui va incontro il disco intervertebrale sono particolarmente intense, la resistenza del contenitore anulare può essere vinta e produrre uno spostamento del nucleo dalla sua posizione centrale. Lo stesso risultato può essere la conseguenza di una cronica esposizione a vibrazioni e sollecitazioni usuranti, che abbassano notevolmente la soglia di sopportazione dell'anulus. Si parla, in questi casi, di erniazione del disco, che può verificarsi in diversi gradi e tipi, a seconda delle modalità di spostamento del nucleo.

E' stato calcolato che una persona alta 1, 80 m, pesante 80 kg, che cerchi di sollevare un peso di 100 kg, esercita sulla colonna lombare una pressione, di circa una tonnellata. Non solo atleti e scaricatori, però, sottopongono la colonna vertebrale a sforzi eccessivi: basta sollevare con troppo entusiasmo una valigia piena per affaticare la colonna vertebrale.

In realtà chi si sottopone a questi sforzi non è affatto più esposto alla comparsa di un'ernia del disco di chi faccia un'attività sedentaria.
Infatti perché si verifichi la degenerazione del disco, data la sua resistenza a sollecitazioni enormi, è necessario che la sollecitazione meccanica su di esso sia prolungata nel tempo come si verifica per nella contrazione tonica disfunzionale dei muscoli paravertebrali, ossia nelle posture errate di cui prima abbiamo parlato.

Da qui nasce la necessità anche per la cura delle ernie del disco di agire sulla causa delle stesse, analogamente a quanto già visto per le lombaggine.
Si può dire infatti che l'ernia del disco altro non è se non "L'ESTRINSECAZIONE DELLA DEGENERAZIONE CONSEGUENZA DELLA CATTIVA FUNZIONE".
E' esperienza comune infatti, la frequente ricomparsa dell'ernia dopo interventi chirurgici.
Nei casi particolari come alcune ernie di particolare volume, ernie intraforaminali, ernie espulse, è possibile intervenire associando alla terapia causale REAC CRM l'osigeno ozono terapia secondo il metodo DISCOSAN messo a punto dal dott. Cesare Verga.
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